• studio di psicologia

BULIMIA

La bulimia è un’orgia solitaria di cibo, un “rito” a volte quotidiano o pluriquotidiano, compulsivo, incontrollabile. La consapevolezza di farsi del male facendo così – ingozzarsi, abbuffarsi fino a scoppiare e poi indursi il vomito e poi di nuovo e ancora mangiare e ancora vomitare – non riesce a limitare, a contenere in alcun modo la messa in atto di questa sequenza di COMPORTAMENTI PATOLOGICI. Apparentemente opposta, nel significato etimologico e nelle manifestazioni sintomatiche all’anoressia, la bulimia “ fame da bue”, ha tanto poco a che fare con la fame REALE, quanto l’anoressia con una vera mancanza di fame. La spinta a mangiare, nella bulimia, in modo spropositato e coattivo, oltrepassa ed ignora il senso di sazietà che corrisponde al soddisfacimento di un bisogno reale ; inoltre, il senso di offesa e devastazione alla dignità del proprio corpo così maltrattato dal soggetto stesso , il senso di mortificazione di autodistruzione e solitudine sono più acuti e lucidamente presenti alla coscienza rispetto a quanto accade nell’ANORESSIA riduttiva. Parlare e dire qualcosa delle abbuffate è più difficile che parlare dei digiuni, perché questi ultimi sono più facilmente cammuffabili, agli occhi propri e a quelli degli altri, come diete, magari bizzarre, o manie alimentari piuttosto innocenti. La bulimica, invece, non si sente innocente : “dopo”, dopo l’attacco bulimico – quando riesce a parlarne – parla di quello che ha fatto, di quanto, di come, di cosa ha mangiato, sentendosi “sporca” “stupida” “incapace” “cattiva” : “mi faccio schifo!”. Colpa e vergogna sono, a livello psichico, i sentimenti che accompagnano lo stato di spossatezza e prostrazione fisica conseguenti al vomito autoindotto, l’epilogo dell’abbuffata.
Se l’anoressica ricava, dalla propria “capacità” di digiuno, un certo guadagno narcisistico, ossia la consapevolezza di un controllo riuscito sul corpo e di un dominio sull’immagine, la bulimica si sente, all’opposto in balia di un godimento – il godimento del riempirsi di cibo – sul quale non ha alcuna presa ; questo fallimento della padronanza sulla spinta pulsionale esige, come tentativo di recupero, l’atto di espulsione del cibo ingoiato, ma anche questo è marcato da un “godimento” al tempo stesso sublime e atroce. Nel ciclo autoperpetuantesi dell’alternanza abbuffata/vomito, ad un certo punto la giostra cambia giro: non si vomita per poter mangiare di nuovo, ma si mangia per poter vomitare ancora.

 

 

Anoressia e bulimia si congiungono e si alternano, nella clinica attuale, nella quasi maggioranza dei casi : sullo sfondo comune che è l’ossessione della magrezza, affamarsi fino allo stremo dà al soggetto, immaginariamente, il “diritto” di poter mangiare, ma subito questa possibilità si trasforma in un “dovere” ancora una volta feroce : “se posso mangiare, allora devo farlo, devo mangiare tutto, fino a non poterne più….fino a poter vomitare tutto”. Nella patologia bulimica, l’atto di mangiare non può arrestarsi, deve compiersi fino in fondo per potersi, a quel punto estremo, rovesciare nel suo contrario ; il soggetto non può decidere di fermarsi, può solo tornare indietro, deve poter tornare indietro ossia rendere reversibile e come non avvenuto il proprio atto , e lo svuotamento attraverso il vomito realizza in qualche modo questa esigenza.
La fantasia di una liquidazione definitiva della pulsione è un tratto peculiare delle patologie della dipendenza : cibo – alcol – droga – gioco. E’ una fantasia inconscia che anima, ma non certo nel senso di vivificarlo, il rapporto del soggetto con l’Altro e con la realtà : è un’aporia in senso logico l’idea che ci sia sempre un’ultima volta , che ci sia sempre quell’ultima volta che segnerà il cambiamento definitivo.

 

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